Salute Sette

Allergie in aumento: sottovalutate le cause ambientali

lunedì 16 aprile 2018
Intervista al dottor  Mauro Minelli, specialista in allergologia e immunologia clinica,  professore Straordinario di igiene generale e applicata, componente del comitato scientifico e di coordinamento della fondazione Basilicata “ricerca biomedica”.

Ci risiamo! Come ogni anno, in questo periodo, starnuti, lacrimazione, naso chiuso e problemi all’apparato respiratorio. Un italiano su tre deve fare i conti con le allergie, che sono in aumento soprattutto tra i giovani. Il 33,6 per cento della popolazione italiana conosce il “tilt allergico” della bella stagione. Gli esperti hanno chiarito da tempo che oltre alle cause genetiche è il fattore ambientale che sta peggiorando la situazione. Alcuni allergologi puntano il dito anche sulle nostre abitudini a passare troppo tempo in luoghi chiusi, dove è più alta la concentrazione di allergeni, lontani dall’aria pulita. Le allergie, nella migliore delle ipotesi, possono dare insonnia, indebolire e limitare la capacità di concentrazione. Per tenere a bada le allergie si utilizzano molti medicinali: antistaminici, antiallergici, decongestionanti, vasocostrittori e corticosteroidi. Ma non è solo la primavera, con la sua alta concentrazione aerea di pollini, a tormentare gli allergici, perché dipende sempre dal tipo di allergia che interessa il nostro organismo. Le reazioni allergiche sono più ricorrenti con alcune piante: graminacee, paritaria, ontano, betulla, nocciolo, cipresso, ambrosia. Bisogna puntualizzare che la stagione dei pollini comincia presto, da febbraio, e dura anche fino all’estate, a luglio.

Perche’ il nostro organismo reagisce in questo modo
Il nostro sistema di difesa riconosce il polline come agente esterno e reagisce producendo anticorpi (IgE). Sono gli anticorpi che causano irritazione delle mucose con starnuti e lacrimazione. La causa del malessere, dunque, è dovuta a una reazione spropositata del nostro sistema immunitario. Esiste una rete internazionale di studiosi che monitorano con stazioni di rilevamento sparse la concentrazione in atmosfera dei principali pollini di interesse allergologico. Purtroppo, nella stagione dei pollini, è meglio non esporsi nei luoghi dove è più alta la concentrazione.

L’idea lanciata dal prof. Minelli di un centro di studio e di cura delle cronicita’ e delle malattie del territorio
Il professore Mauro Minelli è stato il primo a proporre alla Regione Puglia un centro che tratti le cronicità e che studi tutte le malattie derivanti dall’ambiente e dall’insalubrità dell’aria. Trattare le cronicità senza che pesino sugli ospedali e su altri centri specializzati nelle emergenze significa diminuire notevolmente i costi della sanità.

Il professore è stato chiamato recentemente a dirigere a Napoli un nuovo centro clinico e di ricerca annesso all’Università Telematica Pegaso, dedicato alla personalizzazione della diagnosi e delle cure nelle malattie immunologiche e allergiche

Dott. Minelli, si assiste ad un progressivo innalzamento dei livelli di attenzione verso le malattie allergiche e le loro complicanze. Secondo lei, questo trend è legato ad un refrain che ritorna con il ripresentarsi di alcune stagioni, o è davvero un fenomeno socialmente rilevante?
“Ritengo sia ormai ampiamente documentata un’oggettiva escalation delle malattie allergiche e, più in generale, delle malattie immunologiche, cioè di quelle patologie che, pur coinvolgendo organi diversi, derivano - tutte - da una sostanziale disfunzione del sistema immunitario. Certamente la primavera è stagione nella quale il tema appare più incidente, più rilevante in ragione di una più consistente e diffusa comparsa di sintomi classicamente riconducibili all’allergia: starnuti, colanaso, lacrimazione, tosse e sibili con possibile difficoltà respiratoria, eruzioni cutanee pruriginose, eczemi. Ma il fenomeno, analizzato nel complesso delle sue espressioni cliniche e sociali, è decisamente più impattante rispetto a quel che può apparire da una disamina quasi ‘romantica’ degli accadimenti stagionali.
E’ indubbia la progressiva crescita numerica degli italiani affetti da allergie respiratorie ormai stimabili, sulla scorta di attendibili proiezioni epidemiologiche, a ben oltre il 30% della popolazione generale. Ma sono anche noti i numeri, tra l’altro in progressiva crescita, dei pazienti affetti da malattie immunologiche a prevalente coinvolgimento cutaneo (dermatite atopica, psoriasi, orticaria cronica) attualmente stimabili a circa l’8% della popolazione, ovvero dei soggetti con immunopatie di ambito reumatologico percentualmente valutati al 2-3% della popolazione, per non parlare poi dell’impressionante incremento numerico dei pazienti affetti da malattie infiammatorie intestinali immunomediate”.

In relazione a quel che lei dice è possibile ipotizzare una causa, se non certa, almeno verosimile? Questa fenomenologia è sempre esistita e solo adesso è possibile documentarla, oppure è cambiato qualcosa che ci ha resi più vulnerabili?

“In ogni Disordine Infiammatorio Immunomediato, più notoriamente indicato con l’acronimo ‘IMID’, è sempre presente un substrato genetico, sul quale l’ambiente può influire in diversa misura. Certamente oggi, molto più di ieri, si conoscono numerosissimi geni attivi nelle varie IMID. Quindi, una predisposizione a contrarre determinate patologie sarebbe scritta nei geni; ma la loro presenza non è segno di sicuro sviluppo di una condizione patologica. La malattia insorge quando, sulla base di una certa predisposizione, intervengono dei fattori scatenanti, solitamente di origine esterna, come infezioni, fattori chimici o fisici, farmaci, alimenti, additivi di varia natura.
Pertanto, qualunque immunopatia, variamente coinvolgente tratti distinti dell’organismo, dipende sempre dall’interazione tra fattori genetici e fattori ‘epigenetici’ essenzialmente rappresentati - questi ultimi - da determinanti di derivazione ambientale”.

Ma quell’acronimo “IMID” a cui lei fa riferimento, richiama un progetto che è appartenuto al territorio salentino e del quale lei stesso è stato operatore e qualificato referente…
“Il progetto appartiene alla universalità delle conoscenze mediche e scientifiche e non certamente ad una persona o ad un singolo territorio. Una classificazione molto ampia delle IMID fu stilata e pubblicata nel 2006 dalla American Autoimmune Related Diseases Association. Il concetto da enucleare era e rimane incentrato sul fatto che tutte le IMID, per quanto diverse tra loro per sintomatologia e organo interessato, riconoscono un meccanismo di base comune pur a fronte di una multifattorialità talvolta estremamente complessa. Rispetto a questo incontestabile paradigma, tuttavia, i sistemi organizzativi per la gestione della sanità e gli enti di previdenza continuano a non considerare le IMID come una classe specifica e univoca di malattie. Eppure le transizioni epidemiologiche che, a partire dalla fine del XX secolo, si continuano a registrare con velocità impressionante anche in ragione degli incessanti sviluppi delle conoscenze scientifiche, evidenziano una serie di nuove criticità a supporto delle quali si rende evidentemente necessaria l’attivazione di percorsi innovativi in grado di garantire processi assistenziali ad alto rendimento clinico soprattutto a favore dei pazienti affetti da malattie croniche”.

Ritorna spesso nei suoi interventi il tema della “cronicità”. Ma quali sono le malattie croniche? Quale potrebbe essere un target di riferimento facilmente comprensibile anche per i non addetti ai lavori?
“Ha ragione lei. Soprattutto in quest’ambito che può esporsi a letture sommarie, devianti o comunque non univoche, occorre essere espliciti e dare un senso reale alle cose, ben oltre le descrizioni teoriche che potrebbe non offrire l’esatta misura di quel che si vuol dire. Per questo provo a risponderle con un esempio pratico, uno spaccato di vita quotidiana, uno dei tanti, uno dei soliti raccolti e assemblati intorno al disincanto di chi non ha altro da offrirti se non la propria storia, identica a quelle - tante - che hai già sentito e risentito mille volte prima. A raccontarla, stavolta, è una donna anagraficamente giovane ma tumefatta in viso, gonfia, dolorante, provata. Già malata cronica! Parte subito, nella difficile narrazione della propria storia, con la solita premessa: ‘Dottore, non so da dove incominciare… Posso solo dire con certezza che tutto ha avuto inizio molti anni fa… Da allora ho girato tanti dottori, come una trottola!’. A fatica mi interpongo solo un attimo nella narrazione per chiederle: ‘Ma quanti anni fa? Se ancora adesso ne ha meno di 40?’. E lei: ‘Da piccolina ho avuto l’asma e poi l’orticaria che mi gonfiava come un palloncino. Dopo mi si è ammalata la tiroide e me ne hanno tolta una parte che mi hanno detto essere stata attaccata dal mio stesso sistema immunitario… E poi le ossa, con le articolazioni che si bloccano e non riesco più a fare le faccende domestiche; e sento una forte secchezza nella bocca, negli occhi, sulla pelle. E adesso si è aggiunto anche l’intestino con i suoi disturbi… Io non ce la faccio più! Mi dicono che è tutta colpa del mio sistema immunitario! Ma se è tutto dipendente da un unico fattore, perché per l’asma io continuo ad essere visitata in un reparto, per l’orticaria in un altro, per la tiroide in un altro ancora e, via via, in ambienti diversi per le ossa, per le articolazioni, per l’intestino, per la stanchezza cronica? E perché ciascuno di questi reparti mi dimette con una sfilza di farmaci che, in gran parte, non tiene conto di quella che mi è stata prescritta al termine del ricovero precedente? Io ormai colleziono farmaci; a casa ne ho cassetti pieni e molti son costretta a buttarli perché poi scadono!… Dottore, mi scusi… io esprimo un mio parere, da incompetente della materia… Ma non sarebbe meglio prevedere un reparto unico con più medici diversi che lavorano insieme, si scambiano opinioni e pareri e poi, alla fine, concordano una diagnosi e una terapia unica in favore del paziente? Perché farci girare come forsennati in più reparti diversi, dove ciascun medico dice la sua, propone una sua diagnosi e una sua terapia che si aggiunge a quelle già collezionate in precedenza, senza poi ottenere, alla fine, una stabilizzazione del problema visto che, dopo oltre 20 anni di malattia, io sono ancora a cercare una soluzione alle mie sofferenze?’…”

Ma se questa è la realtà dei fatti, come lei racconta e come risulta dai rapporti ufficiali che le organizzazioni accreditate pubblicano da anni, quali soluzioni potrebbero essere adottate a supporto di un’emergente necessità sempre più pressante nei numeri e nei costi?
“Non so dare, attualmente, una risposta esauriente a questa sua domanda. Posso solo provare a sintetizzare i punti focali di un problema che lei giustamente definisce emergente e a fornire, a quei punti, delle plausibili chiavi di lettura.

Primo punto - Cosa riserva oggi il Sistema Sanitario ai pazienti con storia clinica simile a quella precedentemente narrata?

Oggi accade, generalmente, che questi pazienti vengano ricoverati in più ospedali o in più reparti, per essere curati solo nell’organo sofferente, con farmaci sintomatici diversi a seconda del reparto in cui il paziente viene ricoverato

Secondo punto - Cosa chiedono i Pazienti?

Che venga allestita una struttura in cui un paziente con Malattie Croniche Immunomediate venga sottoposto ad unico iter diagnostico-terapeutico e, laddove possibile, eventualmente avviato ad una terapia unica, condivisa e finalizzata, ove possibile, non già a tamponare l’ultimo sintomo comparso in ordine di tempo, ma semmai a neutralizzare la causa della sua malattia, una volta che questa sia stata univocamente accertata e conosciuta.
Terzo punto – Proviamo ora ad immaginare quanto risparmio potrebbe esserci, in termini di spesa farmaceutica, di disagi, di ricoveri, di liste d’attesa, se il decisore pubblico si convincesse della elementare semplicità di questi concetti, che non tolgono nulla a nessuno ma che chiamano medici diversi, portatori di competenze multiple, ad un impegno comune, concertato e, per questo, certamente molto più efficace (oltre che molto più economico) di quello che potrebbe essere offerto in formulazione monospecialistica”.

Sembra l’uovo di colombo. Eppure le difficoltà continuano ad esserci; la gestione della sanità pubblica continua ad essere in affanno; l’insoddisfazione dei cittadini continua a restare alta; esperienze positive come quella del Centro IMID nate e attuate in questo territorio emigrano verso altre sedi. Ci sarà una ragione ed un possibile rimedio?
“La mancanza di programmazioni innovative in ambito sanitario, la mancanza atavica di politiche non autoreferenziali e soprattutto coraggiosamente rigorose nel riconoscimento dei tanti sprechi regionali non può che tradursi, alla fine, in una riduzione delle aspettative di vita per tanti cittadini. E, probabilmente, questi sono solo i primi segnali di una riduzione dell'efficienza del sistema che determinerà in futuro conseguenze ancora peggiori, in quanto ci vorranno anni di buona politica sanitaria per osservare una vera inversione di tendenza.
E siamo al punto: la buona politica sanitaria! Quella che certamente non parla solo di chiusure e accorpamenti di reparti, o di cancellazioni inderogabili dei punti di primo intervento, o di clamorose scopiazzatura di impianti progettuali nati alla luce di più nobili prospettive, o di grandi insediamenti nosocomiali vocati a riassumere in postazioni avveniristiche i piccoli ospedali territoriali destinati a scomparire! Quella politica che non ignora e anzi affronta con competenza il triste primato delle malattie croniche, uniche a non beneficiare di interventi strutturali e prima voce di spesa nei bilanci dei servizi sanitari. Quella politica che mai dovrebbe disancorarsi dalle nozioni e dai nobili princìpi impartiti, con sapienza e perizia ineguagliabili, dai Maestri negli anni belli della formazione medica: - …’E soprattutto, ragazzi, non dimenticate che il vostro Paziente non sarà mai soltanto un naso, o un polmone, o un intestino. Il vostro Paziente sarà comunque sempre una Persona’ (da una lezione della Scuola di Specializzazione in Allergologia e Immunologia clinica – Bari 1990).

Rimane questa, al momento, l’unica certezza e anche l’unico rimedio. E, compatibilmente con i luoghi nei quali sarà possibile attuarla, sarà sempre un dovere etico e professionale rispettarla e seguirla con rigore e con ferma convinzione. Ecco: la buona politica sanitaria dovrebbe ripartire esattamente da qui!”

 


 

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